La forza di andare avanti. Cancro al seno. Maligno. Amputare. Il coraggio di superare la malattia, rinunciando a una parte del proprio corpo e del proprio sentirsi donna.
La forza di andare avanti. Cancro al seno. Maligno. Amputare. Il coraggio di superare la malattia, rinunciando a una parte del proprio corpo e del proprio sentirsi donna.
I cambiamenti nel nostro corpo sono spesso troppo lenti per rendersi conto di cosa e come si sta muovendo. Come comincia, come si presenta all’inizio qualcosa che cresce e si sviluppa.
I meccanismi della memoria. Un oggetto, un profumo, un suono strappano un velo e svelano un ricordo. Una vecchia sorpresa. Ora possiamo riviverlo o nasconderlo di nuovo, e perderlo nell’oblio.
La malattia. Un cancro. Crescita abnorme, maligna, inglobata e protetta da un corpo che non la riconosce. Funzioni e disfunzioni della macchina biologica.
La donna, tra madre e amante. La vulva, come oggetto del desiderio sessuale, riportata a una dimensione di purezza attraverso il momento della nascita di un figlio, come organo di passaggio di una nuova vita. Il tentativo di riunire le due focali, i due punti di vista sulla donna, molte volte considerati così lontani e antitetici, in una nuova e più completa visione.
Il midollo spinale è reciso. Le informazioni non raggiungono le terminazioni nervose. Incapacità di usare gli arti inferiori.
La maternità cercata e negata mensilmente dall’inizio del ciclo mestruale. Un bambino mai nato scivola via nell’endometrio che si sfalda, il desiderio della donna di realizzarsi come generatrice di vita si scioglie negli umori uterini. Negazione, rinvio, al prossimo mese.
Voodoo moderno. E’ meglio non trattenere le pulsioni negative. Un gioco per permettere lo sfogo dei cattivi umori, dando grande spazio alla fantasia.
Le labbra si sono aperte, il corpo estroflesso. Sorgente materiale del nuovo essere, la vulva si fa abbraccio, richiamo, labirinto di carne, che rievoca sensazioni prenatali, ricordi, un’estrema sensibilità corporea.
Moderna rivisitazione degli idoli primitivi, questa è una Madre afflitta, sofferente, Dolens. Essere madre può diventare crudele: quando un figlio si rivela malvagio la donna che lo ha generato si trova divisa tra l’innato amore materno e un disagio morale che la consuma. Il grembo che ha ospitato il figlio diventa simbolo pulsante di una sofferenza quasi fisica: scavato nel rosso carnale, mostra terminazioni nervose scoperte, che mano a mano si spengono per arginare il dolore.
Ciò che rende viva una città sono le relazioni: tra le persone, tra culture diverse, relazioni commerciali, artistiche, turistiche, legami e connessioni che si intrecciano sul territorio della città. Intrecci e nodi di fettucce di lana che formano un “tessuto sociale” multi colorato, brulicante, attivo: vivo.
Generazioni è una performance che ha avuto luogo in occasione della Giornata Mondiale del Lavoro a Maglia all’Aperto, il 10 giugno 2012 a Vittorio Veneto (TV). L’atto stesso del tricot è stato celebrato e portato oltre la dimensione casalinga e artigianale; l’opera ha visto coinvolte tre generazioni di donne, che hanno lavorato contemporaneamente allo stesso pezzo, in uno scambio continuo di filo e maglie. I legami tra queste donne (zia, madre e figlia) si traducono in connessioni di lana, suture e agglomerati, inserti metallici forti e trasparenti, cordoni che si staccano e si riuniscono al corpo centrale, si annodano, divergono per perdersi in un non-finito che è come una sospensione, l’attesa di qualcosa di futuro.
Bile gialla che corrode schiumando.
La rabbia, coagulata dal tempo, perde forza, si fa vischiosa, fatica ad uscire.
Painful (doloroso). Pain-full (pieno di dolore). Una ferita, una sutura, il dolore che esce traboccante.
Il passaggio, la trasformazione, l’evoluzione: dal corpo allo spirito, dalla materia all’idea, ma anche da uno stadio ad un altro di una condizione (psicologica, fisica, spirituale). Al dissolvimento della materia nera, opaca, irregolare (Nigredo o opera al nero), tra le lingue di fuoco si cominciano a intravedere vapori di una nuova sostanza, dalle caratteristiche opposte a quella di partenza: alla pesantezza si contrappone la leggerezza, al nero il bianco, all’opacità la sottile trasparenza (Albedo o opera al bianco). Lo spirito, l’idea, o semplicemente una nuova condizione si eleva dalle proprie ceneri, fuggendo verso l’alto.
Forza inesorabile che ci trattiene. Attrazione irresistibile che ancora il nostro corpo alla terra, lasciandoci come unica via di scampo l’elevazione spirituale, intellettuale, emotiva, che comincia col volgere lo sguardo all’insù.
Lo spirito, l’anima di una madre che lascia un figlio piccolo. Un bimbo sopravvissuto alla madre, che cresce senza questa figura fondamentale, ma che probabilmente sente ugualmente accanto a sé la presenza della sua anima.
Il Paradiso dantesco come regno della luce, nel quale ogni cosa e ogni anima ha il proprio posto, in equilibrio e armonia, a contemplare la perfezione di Dio. La maglia, qui, diventa matematica pura, ordine preciso, per rispecchiare l’armonia dell’Universo. L’oro richiama l’antico, nel suo farsi luce e simbolo del divino
Nel Purgatorio dantesco, il tormento dell’anima, al contrario che nell’Inferno, ha un termine: un attimo preciso in cui l’anima si libera del greve peso della colpa, per elevarsi, improvvisamente leggera, nella perfezione della beatitudine. La lana, grezza e grossolana, e la sua lavorazione tormentata, tirata, piegata, rappresentano la pena inflitta all’anima. La lucentezza della viscosa e la sua lavorazione leggera, traforata, matematicamente perfetta e armonica, al contrario, rappresentano la redenzione: quell’attimo in cui l’anima si sente improvvisamente monda e leggera e percepisce una “libera volontà di miglior soglia” (Purgatorio, XXI)
Le terrificanti e sconvolgenti visioni di violenza dell’Inferno dantesco si sovrappongono e si confondono in un ricordo che si fa incubo. La maglia è destrutturata, annodata, slabrata, rigonfia e accartocciata: il tormento delle anime si fa materia.
Cosa c’è oltre lo specchio? Di cosa sono fatta? Il dolore è la base di partenza, un crogiolo di sofferenze, presenti e passate, che diventano preziose come gemme e si trasformano in materia formante: un filo. Il rosso doloroso via via si sublima in bianco neutro, costruttivo. E questo filo costruisce la mia forma. E la mia forma si sta costruendo a partire da questo filo.
L’erotismo si nega alla vista, si concede solo al tatto. Un’opera da esplorare con curiosità (ma con rispetto). La mente è libera di vagare, slegata dalla certezza della vista, costruendo ipotesi basate su sensazioni tattili.
Per tenebras lucem quaero. Cerco la luce nell’oscurità.
Attraversando la depressione per la seconda volta.
La realizzazione dell’opera diventa terapia per affrontare il mostro.
Ogni filo un pensiero da elaborare.
La scintilla al centro è memoria, di quello che è successo la prima volta. Oggi è speranza, che un giorno avvenga lo scatto, si intaveda la fine, ritorni la luce.